C’è un titolo che gioca su una lettera e spalanca un mondo: Il sen(n)o. Da una parte il seno, simbolo per eccellenza del corpo femminile esposto, desiderato, giudicato. Dall’altra il senno, il buon senso, la lucidità con cui provare a rimettere ordine in uno sguardo collettivo che, sul corpo delle donne, inciampa ancora troppo spesso.

Tratto da The B*east, testo presentato al Festival di Edimburgo nel 2018 e tradotto in italiano da Monica Capuani, lo spettacolo interpretato da Lucia Mascino arriva al teatro De Filippo di Cecina il 25 novembre (e non è un caso). Un monologo emotivo e incalzante che attraversa marketing, sessualizzazione precoce, adolescenza, vergogna, desiderio. Un viaggio “di pancia e di cuore” che parte da piccoli dettagli – un videogioco, una pubblicità, un commento di troppo – per arrivare a una domanda grande:
chi decide che cosa può o non può fare il corpo di una donna?
Tra ricordi personali e riflessioni sul presente, Mascino usa la scena come un luogo di resistenza e di libertà: difende l’emotività, smonta gli automatismi dello sguardo, invita a riprendersi il diritto di sentirsi, prima che di apparire. In questa intervista racconta come è nato Il sen(n)o, che cosa dice oggi del patriarcato e del marketing, e che cosa vorrebbe restasse addosso a chi esce dal teatro – soprattutto alle ragazze che si sentono “sbagliate” nel proprio corpo.
Partiamo da “Il sen(n)o”: che cosa l’ha spinta a credere in questo progetto? C’è stato un episodio preciso o è il risultato di un percorso personale più lungo?
Quando ho letto il testo di The B*east in traduzione italiana, mi è sembrato subito qualcosa di urgente, di estremamente attuale. Ho sentito che fosse necessario portarlo in scena adesso, perché calzava perfettamente con il presente che stiamo vivendo.
È uno spettacolo emotivo e incalzante, che raccoglie tanti pensieri che ho fatto negli anni, sensazioni che mi accompagnano da quando avevo dodici anni. C’erano cose che avevo già elaborato e compreso nel tempo, ma questo testo illuminava delle zone che avevo dentro e a cui non avevo ancora dato una forma chiara. In questo senso, lavorare su Il sen(n)o ha significato anche aumentare la mia consapevolezza: mettere in fila cose che “sapevo”, ma che non avevo mai davvero guardato così da vicino.
Nel titolo c’è un gioco evidente tra “seno” e “senno”: che significato ha per lei questo doppio senso?
Il doppio senso del titolo gioca proprio su un equilibrio sottile: tra il perdere il senno e l’avere senno, tra il petto e la bestia – richiamando anche il titolo originale inglese.
In italiano suona bene e, allo stesso tempo, mette al centro il seno come simbolo del corpo femminile preso a esempio, quasi come un campo di battaglia. Dentro questo titolo c’è il buon senso, ma anche la parte più istintiva, più “bestiale”. Lo spettacolo si interroga sulla sessualizzazione precoce del corpo – non perché ci sia un “cattivo” di turno, ma perché viviamo in un mondo dominato dal marketing. Se si deve vendere, si vende. Il commercio viaggia per guadagnare, e spesso usa il corpo delle donne per farlo. Il titolo, con questo doppio senso, contiene molto bene il cuore dello spettacolo.
Se dovesse spiegare “Il sen(n)o” a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare, in poche frasi, che cosa direbbe? Si tratta più di una provocazione, di una confessione, di una denuncia… o un po’ di tutto?
Direi che è uno spettacolo quasi “classico”, per certi versi elegante, ma profondamente emotivo. È avvolgente: accompagna me e il pubblico in una vera e propria traversata attraverso argomenti che, spiegati a voce, sembrerebbero ostici, difficili, quasi impronunciabili. In scena, invece, tutto è molto di pancia e di cuore. Non è patetico, non chiede pietà allo spettatore. È tagliente e brillante il giusto, e prova ad attraversare temi importanti stando fuori dalla retorica e dal ricatto morale. Per me è, in fondo, una grande difesa della parte emotiva: un grido di libertà per tutti, ma anche la confessione di qualcuno che a un certo punto ha perso l’orientamento e prova a ritrovarsi.
Lucia MascinoSecondo lei, oggi, come viene percepito il corpo della donna nella nostra società? È ancora prima di tutto un oggetto da guardare e giudicare, più che un corpo “vissuto” da chi lo abita?
Se ripensiamo agli anni Duemila, allo scandalo delle vallette, ai corpi esibiti in modo esplicito, è evidente che qualcosa è cambiato: oggi abbiamo, almeno in apparenza, una maggiore parità di immagine – vediamo uomini e donne, per esempio, entrambi esposti in palcoscenici molto visibili come Sanremo. Ma se usciamo dal lampo abbagliante di queste immagini, ho la sensazione che, in profondità, non sia cambiato così tanto. Il corpo della donna resta spesso un oggetto, un desiderio, una consolazione, anche quando non lo si può più esibire in maniera “smaccata” come un tempo. È come se il meccanismo fosse solo diventato più sofisticato. Pensiamo al caso recente di Francesca Barra, “denudata” dall’intelligenza artificiale: i nostri corpi vengono ancora utilizzati, manipolati, messi al centro di un gioco che non controlliamo. Non è una guerra tra uomini e donne. C’è un sistema patriarcale, certo, ma questo sistema è nutrito anche da alcune donne che vi collaborano per ottenere consenso. È molto più complicato di una contrapposizione semplice. I corpi delle donne restano sicuramente un tema caldo, aperto, irrisolto.
Parliamo di sessualizzazione: in che misura pensa che il corpo femminile sia ancora sessualizzato nei media, nella pubblicità, nei social? Vede dei cambiamenti reali negli ultimi anni o siamo solo diventati più “sofisticati” nel farlo?
Sicuramente oggi è un po’ meno frequente vedere “la donna buttata nuda sul cofano di una macchina” come in certe pubblicità di qualche anno fa. È meno esplicito, meno sguaiato. Ma non siamo ancora così lontani da quella logica: è solo più velata e più sottile.
Credo che le ragazze abbiano ancora una pressione enorme sul loro corpo, molto più dei ragazzi. I ragazzi forse ce l’hanno più sul carattere, sull’idea di dover essere in un certo modo; le ragazze sentono addosso l’ossessione dell’aspetto fisico. Nel testo raccolgo tanti di questi temi, e io stessa, ogni volta che lo faccio, mi stupisco. Ho iniziato a pensarci a dodici anni: ricordo un giochino, un videogioco, in cui quando il personaggio faceva punto, il punteggio appariva sul seno del personaggio femminile. Io mi chiedevo: “A un uomo non lo farebbero mai nudo con il punteggio sopra le parti intime… perché con me sì? Perché io, come donna, vengo trattata prima come corpo e poi come persona?”.
Lo spettacolo inserisce anche tutto questo dentro il concetto di marketing. È un monologo provocatorio proprio perché prova a mettere a nudo questi piccoli dettagli che ci hanno formati senza che ce ne accorgessimo.
Lei ha mai avuto la sensazione che il suo corpo fosse trattato come un “tema pubblico”, qualcosa su cui chiunque si senta autorizzato a dire la sua?
Sì, molto prima del mio lavoro, in adolescenza. Tra i tredici e i sedici anni, nel pieno della crescita, ho dovuto far fronte a tante pressioni. Sentivo proprio la differenza tra l’essere guardata “normalmente” e l’essere guardata in un altro modo, come se sul mio corpo fossero appoggiate un sacco di cose pesanti. Non era solo desiderio: c’erano implicate tante cose brutte, non dette. Sentivo questo peso addosso e, nello stesso tempo, mi trovavo in cortocircuito con l’idea che il sesso fosse qualcosa di bello, vitale. Dentro di me convivevano entrambe le cose: la curiosità e la gioia, ma anche la sensazione di dovermi difendere da uno sguardo invadente, a volte anche da parte di adulti, di professori.
Nel mio ambiente lavorativo, paradossalmente, mi è successo meno. Oggi se ne parla molto di più, ma ai miei tempi no: pornografia e sessualità erano altamente privatizzate, quasi tabù, e allo stesso tempo modelli schiaccianti.
Secondo me è triste dover ripensare a quanto danno ci viene fatto quando interiorizziamo le immagini di come “dovremmo” essere nella sessualità. Dovremmo poter essere molto più liberi, ognuno con il proprio modo di sentire e di stare nel proprio corpo.
Che ruolo giocano vergogna e pudore nel modo in cui le donne vivono il proprio corpo? Secondo lei sono emozioni che impariamo dallo sguardo degli altri o qualcosa di più intimo?
Credo che vergogna e pudore siano, in gran parte, emozioni che impariamo attraverso lo sguardo degli altri. Da adolescenti capiamo molto presto quando il nostro corpo “disturba”, quando attira attenzioni che non abbiamo chiesto, quando viene giudicato.
Nel mio caso, da ragazza, la vergogna non nasceva dal mio desiderio – quello lo sentivo, lo riconoscevo come qualcosa di bello, di vivo – ma dallo scarto fra quello che provavo io e l’idea di come “avrei dovuto” essere. Era come se il mio corpo fosse continuamente tradotto dallo sguardo altrui in qualcosa che non mi apparteneva.
Allo stesso tempo il pudore ha una parte intima, preziosa: è anche il diritto di custodire qualcosa per sé, di non esibire tutto. Il problema è quando vergogna e pudore diventano strumenti di controllo sul corpo femminile.
Con Il sen(n)o cerco anche di rimettere al centro la nostra emotività: il diritto di sentire, di nominare le cose senza sentirsi sbagliate, di dire “questo mi pesa, questo no”, senza passare attraverso la lente del giudizio esterno.
Esiste ancora, a suo avviso, una differenza netta tra come viene rappresentato il corpo degli uomini e quello delle donne nei media e nello spettacolo?
Sì, secondo me esiste ancora. La battaglia femminista è una bellissima battaglia da compiere, ma è difficile non farla percepire come una guerra tra i sessi – cosa che non è, o non dovrebbe essere. Il cosiddetto pretty privilege esiste: il privilegio di essere canonicamente belli. Per le donne, spesso, questo privilegio si traduce nel dover essere soprattutto belle, quasi ornamentali. L’idea è che la donna debba “servire” anche come immagine, come cornice.
Nel mio mestiere più sei brava, più puoi permetterti di essere bella senza che questo ti sovrasti; al contrario, se non sei brava, non basta essere bella. Ma è anche vero che la bellezza resta un vantaggio, una porta che si apre più facilmente.
Sul lato opposto c’è il tabù della “bruttezza”: se sei considerato brutto, devi essere bravissimo, devi compensare con un’idea di affidabilità, di grande capacità. Come se ci fosse sempre qualcosa da recuperare o da scontare.
E non è affatto detto che la qualità della tua interiorità, della tua complessità, venga rispecchiata dal corpo che abiti. Eppure lo sguardo sociale continua a comportarsi come se fosse così.
Uscendo da “Il sen(n)o)”, che cosa spera resti addosso a chi guarda? E se potesse dire una cosa a una ragazza giovane che si sente “sbagliata” nel suo corpo, schiacciata tra giudizi e aspettative, che cosa le direbbe oggi?
Mi piace pensare che allo spettatore resti addosso una specie di “ripresa di territorio” della propria emotività: il desiderio di dare spazio al proprio modo di sentire, di rimettere al centro quello che prova davvero.
Spero che lo spettacolo provochi una piccola onda, un bisogno di riafferrare qualcosa che ci è stato tolto, e anche un po’ di indignazione: la domanda “perché permetto tutto questo?”.
Alle ragazze vorrei lasciare l’idea di non dover diventare una “donna virtuale”, perfetta solo nello schermo. Vorrei che rimanesse la voglia di rivoluzione, un bisogno di rivoluzione: di riprendersi il proprio corpo e il proprio immaginario, con tutte le imperfezioni e le complessità che lo rendono vivo.