Il Manicomio di Volterra rappresenta ancora oggi una delle pagine più complesse e significative della storia sanitaria e sociale italiana. I padiglioni che costellano l’area – alcuni in disuso e in stato di abbandono, altri ancora attivi come parte del nosocomio di Santa Maria Maddalena – raccontano di un passato che intreccia medicina, istituzioni e memoria collettiva.

Le visite guidate proseguono fino a dicembre

Grazie al grande interesse del pubblico – oltre mille prenotazioni registrate – le visite guidate all’ex ospedale psichiatrico continueranno anche nei mesi di ottobre, novembre e dicembre. Ogni domenica, alle ore 10:00, dal parcheggio dell’ospedale partiranno i tour alla scoperta di quella che fu definita una “città nella città”.

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Le modalità di prenotazione restano le stesse, attraverso il sito ufficiale dedicato al Manicomio di Volterra, che raccoglie storie, testimonianze e approfondimenti per mantenere viva la memoria di questa vicenda.

Tutte le info sul sito https://www.manicomiodivolterra.it/

Dalle origini all’espansione

La sua storia inizia nel 1881, quando nei locali dell’ex convento di San Girolamo, concessi alla Congregazione di Carità e grazie ai fondi di benefattori come Giuseppe Niccolò Viti, nasce l’Ospizio di Mendicità. In seguito, l’istituto cambia più volte denominazione: Asilo dei Dementi nel 1897, Frenocomio di San Girolamo nel 1902 e infine Ospedale neuropsichiatrico dal 1934, inserito cinque anni dopo nella rete degli istituti ospedalieri della città.

Un passaggio decisivo avviene tra il 1896 e il 1897, quando viene costruito il primo padiglione ex novo, inizialmente intitolato a Kraff-Ebing e poi al medico Luigi Scabia, direttore dal 1900. Fu proprio Scabia a immaginare il “Villaggio”, cioè l’ampliamento progressivo della struttura, reso necessario dall’aumento dei ricoveri: da 30 malati iniziali, provenienti da Siena, si passa a circa 200 nel 1900, fino a sfiorare il migliaio nel primo decennio del Novecento.

La direzione Scabia e l’ergoterapia

Il successo della struttura fu dovuto anche a fattori economici: Volterra era esente dalla tassa sul pane e sul sale, il che permetteva rette più basse rispetto ad altri istituti. Per rispondere alle crescenti richieste, sotto la direzione Scabia venne adottata l’ergoterapia: i pazienti furono impiegati come forza lavoro nella costruzione di nuovi padiglioni e nelle attività quotidiane.

La gestione di Scabia, all’avanguardia per l’epoca, introdusse anche reti elettriche e fognarie, panificio, lavanderia, falegnameria e altri servizi, trasformando il complesso in una vera e propria cittadella autonoma. Negli anni, il numero di edifici superò i trenta, di cui venti destinati ai degenti.

Dalla rieducazione ai tentativi di riforma

Nel 1948, sotto la direzione del commissario prefettizio Pintor Mameli, alcuni padiglioni vennero destinati alla rieducazione dei minori. Negli anni Sessanta, mentre la società iniziava a riflettere sul significato della psichiatria, il manicomio fu teatro di tentativi di riorganizzazione e modernizzazione, fino al coinvolgimento di artisti nel progetto “Volterra ’73”, che però non ottenne i risultati sperati.

La Legge Basaglia e la chiusura

Con l’approvazione della Legge Basaglia nel 1978, l’ospedale iniziò il graduale processo di chiusura, dimettendo i pazienti e trasformando alcuni padiglioni in case-famiglia per favorire l’autonomia e la reintegrazione sociale degli ex degenti.

Dal 2015, a seguito della soppressione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, parte della struttura ospita una REMS (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza detentive), impropriamente definita “manicomio criminale”, con una capienza di circa trenta persone.

Cosa resta oggi

Oggi il manicomio di Volterra è memoria viva: edifici in parte abbandonati, testimonianze, racconti, documenti e fotografie che rischierebbero di perdersi senza un’opera di conservazione storica. È un luogo che intreccia folklore e tradizione, ma anche identità di un territorio che non vuole dimenticare.