Ci sono persone che intervisti per lavoro e poi, qualche giorno dopo, ti ritrovi a pensarci mentre fai tutt’altro.
Osvaldo Poli è una di queste.
L’ho conosciuto al Festival del Pensare, dove ho avuto il piacere di intervistarlo. Abbiamo parlato di genitori, figli, adolescenza e di quel meraviglioso mestiere per il quale nessuno ti dà un libretto di istruzioni, ma tutti sono prontissimi a spiegarti dove stai sbagliando.
Alla fine della serata sono tornata a casa con una sensazione piuttosto insolita: mi sono sentita una mamma un po’ meno cattiva.
Perché ormai sembra che dietro ogni “no”, ogni litigata, ogni figlio pigro, lunatico, egoista o semplicemente antipatico debba esserci per forza un disagio. E, naturalmente, un genitore che ha sbagliato qualcosa.
Se invece di “ascoltare”, “comprendere” e andare a cercare le cause più recondite ti capita semplicemente di incavolarti, rischi di sentirti un genitore incapace.
E invece no.
Forse qualche volta un figlio è semplicemente un figlio, con i suoi difetti, i suoi errori e le sue giornate storte. E il nostro mestiere non è trovare una spiegazione a tutto, ma avere il coraggio di dire la verità, a noi stessi e a loro. Anche quando non piace.
Confesso che tornare a casa pensando che non tutto sia colpa mia è stato terapeutico.
Poi, qualche giorno dopo, ho riascoltato le parole di Poli sul ruolo dei padri.
E mi è venuto in mente il mio babbo. Perché nelle sue parole ho riconosciuto qualcosa di una generazione di padri che oggi guardiamo con un certo sospetto.
Padri che non parlavano necessariamente di emozioni (anzi probabilmente non ne parlavano mai).
Che non chiedevano ogni sera: “Come ti sei sentito oggi?”
Che davanti a un problema potevano anche limitarsi a un:
“Perché avete litigato?”
“Non lo so.”
“Chiediglielo.”
Fine.
E magari oggi questo modo di stare accanto ai figli ci sembra poco empatico, distante, persino sbagliato.
Poli sostiene invece che sia proprio qui che rischiamo di perdere qualcosa.
Perché il padre, nella sua lettura, non ha lo stesso ruolo della madre. E non dovrebbe averlo.
Il padre ha un compito diverso: aiutare il figlio a diventare grande.
E diventare grandi, soprattutto quando arriva l’adolescenza, significa anche smettere poco alla volta di pensare che il mondo debba funzionare secondo i nostri desideri.
È qui che entra in gioco il padre.
Non per evitare al figlio la fatica, ma per insegnargli ad affrontarla.
Non per convincerlo che ha sempre ragione, ma per aiutarlo ad accettare quando ha torto.
Non per proteggerlo da ogni delusione, ma per fargli capire che una delusione non è una tragedia.
E nemmeno una bocciatura.
Nemmeno una partita persa.
Nemmeno scoprire che, magari, a basket non sei poi così bravo.
Sono cose che sembrano banali, finché non hai un adolescente davanti.
Perché l’adolescenza è proprio quel momento lì: quello in cui un figlio deve cominciare a uscire dall’infanzia, mentre noi genitori siamo ancora tentati di corrergli dietro con il casco, le ginocchiere e una spiegazione psicologica per ogni cosa.
Poli parla del “dono dell’amore maschile paterno” come del coraggio.
Il coraggio di accettare una vita imperfetta.
Di sopportare la fatica, la rinuncia, il sacrificio e anche il dolore.
Parole che oggi sembrano quasi sospette, impronunciabili.
Perché abbiamo imparato, giustamente, che i figli devono essere ascoltati. Che le loro emozioni contano. Che non bisogna sminuire quello che provano.
Ma forse ascoltare un figlio non significa sempre dirgli che ha ragione.
E accogliere la sua emozione non significa necessariamente togliergli dalla strada tutto ciò che potrebbe farlo stare male.
Poli dice che il padre incoraggia il figlio a non avere paura di una vita che sarà inevitabilmente imperfetta. A essere deluso dagli altri, ma anche, qualche volta, di se stesso.
E forse è questo uno dei regali più grandi che un padre possa fare a un figlio: non promettergli che andrà sempre tutto bene, ma dargli abbastanza fiducia da sapere che ce la farà anche quando non andrà bene.
Mentre lo ascoltavo, pensavo al mio babbo.
A quelle cose che da bambini magari non capisci.
A quel modo di esserci senza necessariamente parlare.
A quei padri che forse non ti spiegavano le emozioni, ma ti insegnavano, molto più semplicemente, a non averne paura e ad affrontarle.
Osvaldo Poli sarà a Castello Pasquini, a Castiglioncello, domenica 16 agosto alle 21.30, con L’adolescenza non è una malattia, uno spettacolo dedicato al rapporto tra genitori e figli.
E forse il titolo dice già molto.
Perché se l’adolescenza non è una malattia, nemmeno il figlio adolescente è un paziente da aggiustare. È una persona che sta diventando grande. E forse, in quel passaggio, un padre può avere ancora qualcosa di molto importante da insegnargli: ad amare la vita nonostante tutto.

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