Fino al 7 marzo 2027 a Palazzo Blu a Pisa si potrà visitare ‘Edward Hopper: New York e oltre’, una grande mostra dedicata a uno dei più importanti artisti americani del Novecento, la cui opera ha profondamente influenzato il modo di rappresentare la modernità, la città e l’esperienza dell’uomo contemporaneo.
Il progetto riunisce oltre 150 opere tra dipinti a olio, disegni, acquerelli, acqueforti di Edward Hopper e di alcuni dei suoi più significativi contemporanei, provenienti dalle collezioni del Whitney Museum of American Art di New York, insieme a una selezione di materiali d’archivio legati alla vita e alla carriera dell’artista.
L’esposizione è organizzata dal Whitney Museum of American Art, New York in collaborazione con Fondazione Palazzo Blu e MondoMostre, con il contributo di Fondazione Pisa, e curata da Barbara Haskell, curatrice presso il Whitney Museum of American Art, insieme a Caroline Webb, assistente curatrice del Whitney Museum of American Art.
La mostra offre una visione ampia dell’intera carriera di Hopper attraverso i luoghi che hanno segnato la sua formazione e il suo immaginario: New York, Parigi e il New England. È attraverso questa geografia, insieme reale e mentale, che l’artista costruisce una delle visioni più riconoscibili del Novecento americano, fatta di architetture, paesaggi e figure apparentemente immobili, di luci nette e spazi sospesi, di silenzi e tensioni che restituiscono la complessità della vita moderna.
New York, dove Hopper visse per quasi sessant’anni, rappresenta il centro della sua attività artistica e il principale laboratorio della sua ricerca; Parigi, visitata in tre occasioni tra il 1906 e il 1910, costituisce il momento decisivo della formazione e del confronto con la modernità europea; il New England, dalle coste del Maine a Gloucester fino a Cape Cod, diventa invece il luogo privilegiato dell’osservazione del paesaggio americano e della sperimentazione sulla luce, sulle forme e sul rapporto tra architettura e natura.
Nato nel 1882 a Nyack, nello Stato di New York, Hopper si forma alla New York School of Art sotto la guida di artisti come William Merritt Chase e Robert Henri. Proprio l’insegnamento di Henri, che incoraggiava i suoi allievi a confrontarsi con la realtà americana e a privilegiare l’originalità dello sguardo rispetto alla pura abilità tecnica, avrebbe lasciato un’impronta duratura sulla sua ricerca. Prima di poter vivere della propria pittura, Hopper lavora per oltre un decennio come illustratore freelance, realizzando copertine, pubblicità e immagini per riviste. Un’attività che l’artista vive soprattutto come necessità economica, ma che contribuisce a sviluppare la sua capacità di cogliere nei gesti, nelle posture e nei dettagli la psicologia dei personaggi e la tensione narrativa di una scena. Anche il disegno e l’incisione diventano strumenti fondamentali della sua pratica: Hopper costruisce infatti le proprie immagini attraverso un processo nel quale osservazione, memoria e immaginazione si intrecciano, trasformando impressioni e frammenti della realtà in composizioni di straordinaria precisione e intensità.
Il primo viaggio in Europa, compiuto nel 1906, conduce Hopper a Parigi, dove soggiorna per quasi un anno e dove torna altre due volte nei quattro anni successivi. Nella capitale francese entra in contatto con la pittura moderna europea e con l’Impressionismo, sperimentando nuove soluzioni cromatiche e una maggiore attenzione agli effetti della luce e alla pittura all’aperto. Le vedute parigine realizzate in quegli anni testimoniano una fase di apertura e sperimentazione destinata ad avere conseguenze durature, anche se Hopper non farà mai più ritorno in Europa dopo il 1910.
L’esperienza europea diventerà infatti una componente fondamentale della particolare visione dell’America che svilupperà negli anni successivi. E’ però New York a costituire il vero centro della sua esperienza artistica. A partire dagli anni della formazione, quando raggiunge quotidianamente Manhattan dalla casa di famiglia a Nyack, Hopper osserva la città attraverso i traghetti, i treni, le sopraelevate e le strade che percorre.
Dopo il trasferimento definitivo a New York, amplia progressivamente il repertorio dei soggetti, concentrandosi non tanto sui monumenti più celebri quanto sugli elementi ordinari della metropoli: i brownstone, le vetrine dei negozi, i ponti, gli uffici, gli appartamenti, i teatri. Attraverso una radicale semplificazione delle forme e una rigorosa costruzione dello spazio, Hopper trasforma il rumore e il movimento della metropoli in immagini dominate dalla solitudine e dall’introspezione.
Le sue figure, spesso isolate o fisicamente vicine ma emotivamente distanti, sembrano abitare un tempo sospeso: momenti quotidiani che diventano enigmatici e nei quali lo spettatore è chiamato a immaginare ciò che è accaduto prima e ciò che accadrà dopo. A partire dal 1912, Hopper trascorre le estati lontano dalla città, inizialmente a Gloucester, sulla costa del Massachusetts, e successivamente nel Maine e a Cape Cod. Gloucester rappresenta un passaggio decisivo, anche sul piano personale: è qui che nel 1923 l’artista ritrova Josephine Nivison, detta Jo, sua compagna di studi alla New York School of Art, che lo incoraggia a dedicarsi all’acquerello. I lavori realizzati quell’estate contribuiscono al riconoscimento dell’artista e, nel 1924, il successo della sua prima mostra personale in una galleria privata gli consente finalmente di abbandonare l’attività di illustratore e dedicarsi alla pittura.
Nel Maine, tra il 1914 e il 1927, Hopper sviluppa una ricerca sul paesaggio caratterizzata da forme essenziali, coste rocciose, fari e architetture isolate. Dal 1930, infine, Cape Cod diventa il principale luogo estivo della coppia: dal 1934 Hopper e Jo vivono nella casa costruita a South Truro, dove l’artista continuerà per il resto della vita a dipingere case, dune, strade secondarie e fari, trasformando il paesaggio in una sintesi rigorosa di geometrie, luce e ombra.
Accanto alle opere di Hopper, il progetto espositivo propone un confronto con alcuni tra i più significativi artisti americani suoi contemporanei, mettendo in relazione linguaggi, temi e differenti modi di guardare alla trasformazione della società americana.
La mostra presenta opere di Robert Henri, John Sloan, Guy Pène du Bois, George Bellows, Everett Shinn, Charles Burchfield, Charles Sheeler, George C. Ault, Reginald Marsh e Paul Strand, consentendo di collocare la ricerca di Hopper nel più ampio panorama dell’arte americana del primo Novecento: dal realismo urbano degli artisti legati alla cerchia di Robert Henri alle diverse forme di modernismo che cercarono di interpretare la nuova identità del Paese attraverso il paesaggio, l’architettura e la vita contemporanea.
Un ruolo centrale nel percorso è affidato anche alla relazione tra Edward e Jo Hopper. I due si sposano nel 1924 e condividono per tutta la vita attività artistica, studio e quotidianità. Jo, artista a sua volta, è la modella di quasi tutti i dipinti di Hopper e svolge un ruolo fondamentale nella conservazione e nella documentazione della sua opera. Nei suoi quaderni annota con meticolosa precisione le caratteristiche dei lavori, le mostre alle quali partecipano, i prezzi e gli acquirenti, costruendo un patrimonio documentario oggi essenziale per comprendere la pratica artistica del marito. Alla morte di Hopper, nel 1967, e di Jo, nel 1968, il patrimonio della coppia entra nelle collezioni del Whitney Museum of American Art, dando vita al più importante nucleo di opere di un singolo artista conservato dal Museo e alla più grande raccolta al mondo del lavoro di Hopper.
Il rapporto tra Hopper e il Whitney Museum ha in realtà origini ancora più lontane. Nel 1920, quando l’artista ha trentasette anni, il Whitney Studio Club ospita la sua prima mostra personale. Le opere di Hopper vengono quindi presentate in numerose esposizioni organizzate dal Club e, dopo la fondazione del Whitney Museum nel 1930, entrano stabilmente nella storia dell’istituzione: Hopper partecipa alla prima Biennale del Whitney nel 1932 e a numerose successive Biennali, Annuali e mostre collettive, mentre il Museo gli dedica due importanti personali durante la sua vita, nel 1950 e nel 1964.
In occasione della mostra verrà inoltre proposto un ciclo di conferenze di approfondimento dedicate alla figura e alle opere di Edward Hopper, con interventi di critici d’arte, storici e accademici su temi che spazieranno dalla letteratura all’arte, dal cinema alla storia.
Orari
Lunedì-venerdì: 10:00-19:00
Sabato, domenica e festivi: 10:00-20:00
(ultimo ingresso un’ora prima della chiusura)
Tutte le info QUI


















