C’è qualcosa di profondamente autentico nel modo in cui Linda Traversi racconta la sua storia. Forse perché, prima ancora di essere scrittrice, è stata una bambina che si sentiva “un po’ fuori posto”. O forse perché quella sensazione non l’ha mai davvero abbandonata, ma ha imparato a trasformarla in una forza.

Linda Traversi ha 48 anni, vive a Ravenna, ma è originaria di Cecina. Luogo che ha lasciato un’impronta evidente nelle ambientazioni dei suoi libri. I paesaggi, le sensazioni, i trasporti, le atmosfere: tutto si deposita nella memoria e riemerge quando scrive. Ma il suo senso di appartenenza è sempre stato più complesso di una semplice geografia

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Cresciuta con una mamma americana e un papà fiorentino, è stata fin da piccola immersa in due lingue e due culture. Un privilegio, certo. Ma anche una confusione costante. “Mi sentivo diversa”, racconta. Parlava entrambe le lingue, ma spesso si incagliava: non riusciva a usare certe espressioni inglesi in italiano e viceversa. Un’identità doppia, mai del tutto ricomposta. Quel disagio l’ha accompagnata anche da adulta. Dopo l’università alla Scuola per Interpreti di Bologna, scelta per tentare di conciliare le due lingue, si è scontrata con la frustrazione di chi traduce testi filosofici e umanistici sapendo che qualcosa, inevitabilmente, si perde per strada. “Trasporre il messaggio di un autore che non sei tu è una responsabilità enorme”, spiega.

Forse è anche da lì che nasce la sua voce, dalla necessità di trovare uno spazio in cui muoversi liberamente, senza tradurre nessuno. Senza sentirsi fuori posto

Non ha frequentato scuole di scrittura, non ha seguito corsi di comunicazione, ma legge moltissimo, questo sì. In inglese, soprattutto, nei lunghi periodi passati negli Stati Uniti dai nonni. Scrive in inglese e porta con sé quella doppia identità, quella confusione diventata lente speciale sul mondo. Quella che da piccola era una debolezza è diventata un punto di forza. Il suo sguardo di bambina cresciuta tra due mondi è oggi la base del suo modo di raccontare.

La scrittura, però, non era un sogno nel cassetto. Non c’è stato un momento epico o un’illuminazione precoce. Dieci anni fa, semplicemente, ha avuto tempo. E suo marito le ha detto “perché non scrivi?” E così ha fatto. Ha provato, ha tentato, ha sbagliato. Il primo file che conserva nel computer ancora la stupisce. Quando scrive non vorrebbe essere da nessun’altra parte. E non crede sia un talento riservato a pochi: è un muscolo, dice, e da tale va allenato.

Oggi Linda Traversi è tra i venti finalisti del Premio Bancarellino 2026 con Bianca è cambiata!, edito da Einaudi Ragazzi, pubblicato lo scorso luglio. Un traguardo importante, che vive con lucidità e consapevolezza. Sa che i libri sono soggettivi, che non arrivare in finale non significa non piacere, ma dipende da tante variabili. Era già stata finalista con il suo primo romanzo, La panchina delle cose difficili. Oggi, però, si sente più centrata.

Bianca è cambiata! intercetta un rumore di fondo che lei conosce bene: il sentirsi sbagliati, imperfetti, fuori posto. Bianca ha paura di tutto. È convinta di essere un disastro. All’inizio della seconda media i genitori si separano e durante l’estate, dal padre e dalla nuova compagna, si inventa un’altra identità. È un romanzo che parla di crisi di identità, di adattamento, di maschere. Un tema che nasce da un incontro reale: una ragazzina, qualche anno fa, le raccontò di comportarsi in modo diverso a casa della madre e a casa del padre. “Mi ha impressionato pensare che a tredici anni si possa vivere una crisi così grande”. Da quel seme è nato un libro.

Non è la prima volta che i lettori le restituiscono qualcosa di potente. Durante un firmacopie una ragazza le confessò di voler scrivere, ma di essere dislessica. Linda le rispose che forse l’approccio scolastico non era quello giusto per lei, ma proprio per questo il suo punto di vista era unico. Una risorsa. A volte restano in contatto. E lei è convinta che siano più loro a dare a lei che il contrario. “Catalizzano, fanno nascere idee”.

Scrivere per ragazzi, dice, le ha aperto un mondo. Sta bene con loro. Sente ancora un richiamo fortissimo della sua sé bambina. Non prepara incontri rigidamente strutturati: preferisce improvvisare, lasciarsi guidare dalle domande, dagli interessi che emergono. Non vuole che la lettura sia percepita come un compito pesante. In fondo, racconta, tutti facciamo storytelling ogni giorno, togliere la responsabilità, alleggerire il peso, è fondamentale.

Nel suo processo creativo parte quasi sempre dai personaggi. Da un tipo di persona che vuole raccontare. Spesso da qualcosa che le provoca un piccolo “mal di pancia”: un’insicurezza, un nodo, il sentirsi inadatte. Di solito conosce l’inizio e la fine della storia, a grandi linee l’arco di crescita. Quello che succede in mezzo lo scopre scrivendo. Ama i dialoghi. E spesso si sorprende lei stessa delle svolte che prendono.

Da bambina ha amato profondamente le storie di Roald Dahl, Matilda, Le streghe. Ma il libro che le è arrivato addosso con forza è stato Via col vento. Ricorda le ore piccole, la torcia accesa sotto le coperte, la saga imponente, Rossella O’Hara: una protagonista complessa, volubile, capace di essere cattiva ed eroica insieme. “Sembrava reale”, dice. E forse è lì che ha capito che non dobbiamo vergognarci dei nostri lati più bui e che i personaggi più veri sono quelli imperfetti.

Legge di tutto. Ha adorato Stephen King, che da giovane aveva accantonato e che oggi accoglie con uno sguardo più maturo. Nei libri cerca esperienza umana. Cerca di sentirsi capita e quando incontra i ragazzi, spera di lasciare un piccolo seme.

Il futuro? Idee in cantiere ce ne sono sempre. Sempre per la stessa fascia d’età, quella in cui tutto brucia più forte e ogni identità è ancora in costruzione.

Forse è proprio questo il filo che lega i suoi romanzi: la possibilità di trasformare una fragilità in forza. Di prendere quella sensazione di essere “diversi” e farne un punto di vista unico. Come è successo a lei.

Info e contatti: IG @linda_trave